CESSATE IL FUOCO - ORA

CESSATE IL FUOCO — ORA

Siamo determinate ad agire con insistenza per porre fine al ciclo dello spargimento di sangue, raggiungere la libertà e dare una vita giusta e dignitosa a bambine e bambini palestinesi e israeliani»

Queste sono le parole di Huda Abu Arqoub, Yael Admi, Reem Hajajr, Yasmeen Soud, Pascale Chen, donne israeliane e palestinesi, attive nelle ONG Women Wage Peace (Israele) e Women of the Sun (Palestina).

Perché non si vuol capire che continuando a distruggere ed uccidere si alimenta soltanto ODIO e nessuna pace si può raggiungere?

CESSATE IL FUOCO — ORA

In Palestina… in Ucraina… in tutto il mondo!

CESSATE IL FUOCO — ORA

Lo diciamo ai responsabili dei Governi dei Paesi in Guerra

Ma chiediamo un impegno forte e costante anche

– al Governo italiano,

– ai/alle Parlamentari,

– ai/alle rappresentanti dell’Italia in UE e all’ONU

CESSATE IL FUOCO — ORA

Che vuol dire

– smettete di sostenere e rifornire di anni i Paesi in guerra

– smettete di produrre e vendere armi

CESSATE IL FUOCO — ORA

Che vuol dire

– dare spazio e risorse alla diplomazia

– rispettate e rendete operativa la Costituzione, lo Statuto dell’ONU, la Dichiarazione universale dei diritti umani.

CESSATE IL FUOCO — ORA!

 Per garantire il più possibile a chiunque di conoscere, capire, valutare quanto sta accadendo a Gaza mettiamo a disposizione di chi non si accontenta di una informazione addomesticata materiali vari: storie, dati, dichiarazioni forniti da osservatori internazionali, da giornalisti di Gaza e pacifisti ebrei.

Saremo in Piazza della Frutta, angolo via Oberdan – bar Margherita, nei giorni 20 e 27 gennaio,  3, 10 e 17 febbraio con orario dalle 10 alle 13.

Abbiamo anche aderito all’appello di Sanitari per Gaza per una manifestazione il 18.2.2024 davanti a Palazzo Moroni a Padova 

flashmob in piazza della frutta il 17.2.24
banchetto informativo
salviamo i bambini di Gaza
manifestazione il 18.2.24 a Palazzo Moroni
davanti Palazzo Moroni

GAZA: CESSATE IL FUOCO
TENIAMO APERTA UNA STRISCIA DI FUTURO

Ferme in silenzio, vestite di nero, ognuna con una lettera per chiedere l’immediato CESSATE IL FUOCO a Gaza

L’abito nero è simbolo del lutto, non più passivo e privato, delle donne, impegnate nel rifiuto delle logiche di morte. I nostri corpi, presenti nei principali luoghi pubblici e in diverse località, sono segno concreto di umanità e comunanza. Il silenzio ci interroga e mette in pausa il frastuono delle guerre consumate sui corpi dei più fragili. Lo straccio bianco appeso al braccio è simbolo ereditato dalle proteste contro la guerre e, nella sua semplicità, dice la grandezza di un gesto di pace.

Le Donne in Cammino per la Pace hanno raccolto il testimone di due associazioni pacifiste e femministe: Woman Wage Peace di Israele e Women of the Sun di Palestina.
Le Donne in Nero di Padova hanno raccolto l’invito spinte dall’urgenza di chiedere un immediato CESSATE IL FUOCO.

Abbiamo deciso anche di tenere un banchetto di controinformazione per garantire il più possibile a chiunque di conoscere, capire, valutare quanto sta accadendo a Gaza mettendo a disposizione di chi non si accontenta di una informazione addomesticata materiali vari: storie, dati, dichiarazioni forniti da osservatori internazionali, da esponenti delle ONG che continuano a lavorare sotto i bombardamenti, da giornalisti di Gaza e anche pacifisti ebrei che non condividono la politica del loro governo, saremo in Piazza dei Frutti, angolo via Oberdan – bar Margherita, nei giorni 20 gennaio, 3, 10 e 17 febbraio con orario dalle 10 alle 13.

Padova
Dolo
Mirano
Rovereto
Ravenna
Verona
Parma
Napoli
Udine
Bergamo

NON DIMENTICHIAMOLI

La notte del 6 gennaio 2024, mentre noi dormivamo ignari nelle nostre case riscaldate, 3 giovani migranti nordafricani in cerca di un rifugio contro il freddo accendevano un falò nell’ex Configliachi e morivano per le esalazioni di monossido di carbonio, forse nel sonno.

Tre vite stroncate dal freddo nell’indifferenza di tutte/i noi, cittadine/i  e delle Istituzioni responsabili.

Che fossero irregolari, che fossero già conosciuti alle forze dell’ordine per piccoli reati, non è irrilevante, ma non può in alcun modo giustificare la loro morte.

Che nella nostra città, straordinariamente illuminata per le festività natalizie, tre persone che hanno lasciato la loro casa, i loro cari, i luoghi nativi nella speranza di una vita migliore possano morire così, non ci permette di volgere la testa altrove, di annoverarli con imperturbabilità nelle statistiche di quante donne, uomini e bambini migranti muoiono ogni notte e ogni giorno, pensando che tutto ciò sia inevitabile.

Non abbiamo soluzioni per risolvere i fenomeni migratori in atto, sappiamo solo che cercare di fuggire da guerre,  miseria e persecuzioni è umano, che le guerre nel mondo sono combattute con armi prodotte anche in Italia, che la miseria in tanti paesi dell’Africa,  Asia e America del sud è anche il frutto di scambi commerciali iniqui che mirano a depredare le risorse naturali di quei paesi per garantire il nostro tenore di vita, che le persecuzioni di tanti regimi autoritari sono avallate dai nostri governi in nome di interessi economici.

Sappiamo solo che è l’iniquità enorme tra paesi ricchi e paesi poveri la madre di tutte le migrazioni. Chiamare le cose col loro nome è l’unico modo che abbiamo per rendere giustizia a questi 3 giovani e ai tanti altri già morti e a quanti altri purtroppo continueranno a morire.

Ritroviamoci sabato 13 gennaio 2024 alle ore 11,30 in via Guido Reni, 96 a Padova, davanti all’Ex-Configliachi per un compianto e per inviare un ideale abbraccio di compartecipazione al dolore dei famigliari e degli amici dei 3 giovani.

“Una vita non vale niente, ma niente vale una vita” (A. Malraux)

Giornata internazionale contro la violenza maschile sulle donne
Una giornata di lotta internazionale delle donne
Vogliamo vivere, libere dalla violenza e dalla guerra

Mentre la guerra trova nel mondo piena legittimazione, semina sofferenza devastazione e morte, annienta il diritto internazionale e la ricerca di soluzioni non armate alle controversie fra gli Stati

esprimiamo la nostra solidarietà a tutte le donne che vivono in aree di conflitto

La guerra, ovunque si combatta, inasprisce la subordinazione delle donne e legittima il dominio patriarcale sulle loro vite e sui loro corpi, restringe la loro libertà e la loro autonomia in tutti gli spazi in cui si relazionano e si muovono.

Siamo vicine

  • alle donne di Gaza che partoriscono in strada tra le macerie, nella distruzione di un’intera società
  • alle donne israeliane annichilite dalla violenza di Hamas
  • alle donne che in Israele e Palestina costruiscono ancora relazioni di pace e convivenza
  • alle donne ucraine e russe che si oppongono all’arruolamento forzato degli uomini e sostengono obiettori di coscienza, renitenti alla leva e disertori
  • alle donne afghane cancellate dalla vita sociale che resistono al regime dei talebani
  • alle ragazze iraniane che insorgono nelle piazze al grido di “Donna Vita Libertà”
  • alle donne migranti che sfidano la logica dei confini per affermare il diritto a un’esistenza migliore
  • alle donne che si ostinano a chiedere giustizia in paesi usciti da guerre e genocidi, nella consapevolezza che “dimenticare i crimini è un crimine”

Sentiamo la responsabilità di rafforzare il nostro impegno per contrastare la violenza che ogni giorno si abbatte sull’esistenza delle donne anche in società non coinvolte in conflitti armati, una violenza sistemica ancora insita nelle relazioni fra i generi, nei rapporti affettivi, nella vita domestica, nelle disparità salariali, nello sfruttamento del lavoro femminile, fino all’approdo estremo dei femminicidi, arrivati quest’anno in Italia al numero di 105. Femminicidi che sono negazione della libertà femminile, espressione di dominio sui corpi e sulle scelte di vita delle donne. Si tratta di una violenza profondamente interiorizzata, che condiziona l’agire degli uomini e li interroga direttamente: li chiama a rompere il silenzio, ad assumere una responsabilità politica e culturale, a prendere parola sulla scena pubblica per rendere possibile un cambiamento.

Nonostante le discriminazioni, le pesanti condizioni di oppressione e negazione dei diritti, le donne nel mondo non hanno smesso di rafforzare legami di solidarietà e resistenza, rifiutando la condizione di vittime, la subalternità a regimi sessisti e autoritari.

 In questi legami di sorellanza e di attivismo femminista ci riconosciamo

Rete italiana delle Donne in Nero

SIT IN a Padova il 29 Novembre 2023 – ore 16.30

Basta bombardamenti.
Si fermi la spirale di violenza e vendetta.
Finisca l’assedio di Gaza

Ancora la guerra, ancora la ferocia, ancora gli orrori, ancora le stragi di innocenti e di bambini.

Siamo angosciate per quanto sta accadendo in Medio Oriente ed esprimiamo la nostra empatia e profonda vicinanza a quanti, uomini e donne, stanno soffrendo e morendo in terra di Israele e Palestina.

Denunciamo l’attacco brutale e indiscriminato di Hamas, forza fondamentalista, patriarcale e profondamente misogina.

Denunciamo il disegno di Israele di espellere la popolazione palestinese da Gaza e di rendere ancora più invivibile la vita della popolazione in Cisgiordania, reprimendo al contempo al suo interno ogni forma di dissenso e opposizione bollata come tradimento.

Siamo anche indignate per la scandalosa parzialità della maggior parte dei media nazionali e internazionali, incapaci di mettere sullo stesso piano e di piangere allo stesso modo la strage di tutti i bambini e di tutti i civili, di qualsiasi nazionalità.  

 CHIEDIAMO

  • Il CESSATE IL FUOCO immediato
  • Immediato RILASCIO DEGLI OSTAGGI
  • STOP ALL’OCCUPAZIONE
  • La PROTEZIONE ONU per i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania
  • L’invio urgente di AIUTI UMANITARI. Lasciare un popolo senza acqua, luce, cibo e medicine è un crimine di guerra.

La follia del potere guerresco maschile da millenni non sa trovare altre strade se non quelle della vendetta, del sangue e di politiche genocidarie, che mai hanno creato giustizia e pace. Noi che questo potere non riconosciamo sappiamo che esistono invece altre vie, altri modi di stare al mondo.

Si intraprenda il cammino della coesistenza nel reciproco rispetto e siano applicati finalmente gli accordi internazionali e le risoluzioni ONU già stipulati.

 Confidiamo nella forza disarmata di tutte quelle persone, e sono tantissime, che in Palestina e in Israele rifiutano la violenza, la vendetta

Israele e Palestina, due popoli, una sola umanità.

SIT-IN a PADOVA Piazzetta Garzeria

8 Novembre 2023 dalle ore 17.00 alle ore 18.00

22 Novembre 2023 dalle 17.00 alle 18.00

Donne in Nero – Assopace

 

Tacciano le armi, si aprano i negoziati

Viviamo in un mondo attraversato da sempre più guerre e violenza: dal cuore stesso dell’Europa (Ucraina), alla Regione caucasica (Nagorno Karabakh) e a gran parte dei paesi africani.

L’attacco di Hamas a Israele è l’ultimo terribile e sanguinoso episodio di una lunga guerra che oppone il diritto del popolo palestinese a vivere nei territori assegnatigli dall’ONU e la politica di Israele di allargare il proprio territorio, colonizzando ed emarginando un intero popolo nel tentativo di annientarlo e obbligarlo all’esilio.

Il bilancio della violenza non si conta solo dal numero di morti e feriti, si misura in base ai sogni infranti, al potenziale umano non sfruttato e ai legami insostituibili recisi da questi orribili lutti e distruzioni.

Tutte le vittime meritano il nostro incrollabile sostegno ed empatia

Non condividiamo la narrazione di Israele – paese dotato di uno degli eserciti più potenti del mondo – come vittima di bande di “terroristi”.

Mai come in questa circostanza la sicurezza delle armi, del controllo, dell’oppressione ha dimostrato la propria debolezza e inefficacia.

E l’Occidente “cosiddetto democratico” ha dimostrato la sua irresponsabile miopia e ipocrisia nell’ignorare che esiste uno Stato che pratica l’apartheid, occupa territori altrui, viola impunemente il diritto internazionale. Ed esiste al suo fianco un altro Popolo che resiste e lotta per vedere riconosciuti i suoi diritti, mettendo in gioco ogni giorno la sua vita.

Terrorismo e guerra non garantiscono sicurezza ma solo morte

“Solo una pace negoziata – scrive Gutierrez, segretario ONU – può soddisfare le legittime aspirazioni nazionali di palestinesi e israeliani, insieme alla loro sicurezza”.

 

Riaffermiamo il nostro impegno per la pace, l’empatia e la convinzione che un futuro migliore e più pacifico sia possibile. Non vogliamo essere nemici, nemiche

SIT-IN a PADOVA Piazzetta Garzeria

11 ottobre 2023 dalle 17.30 alle 18.30

“Con chi stai? Con chi ti schieri?» Di fronte all’estrema violenza di questa nuova, ennesima fiammata di un conflitto infinito, mi fa paura la cecità di chi, qua, risponde con eguale violenza, seppure verbale.
Mi schiero con i morti, con i feriti, con le famiglie israeliane che hanno un figlio preso in ostaggio, con le famiglie palestinesi che aspettano la rappresaglia che le cancellerà. Con chi non ha mai deciso nulla, e ora perde tutto.
In queste ore terribili, penso innanzitutto alla disperazione (infinita ed identica) dei miei amici israeliani e dei miei amici palestinesi: da tempo in lotta con i loro rispettivi governi. Governi nemici innanzitutto dei loro stessi popoli.
Come ha scritto sabato il giornalista israeliano Haggai Matar (972mag.com/gaza-attack-co…), «il terrore che gli israeliani stanno sentendo in questo momento, me compreso, è un frammento di ciò che i palestinesi hanno sentito».
Riapro Apeirogon – il forte romanzo di Colum Mac Cann, i cui protagonisti sono due padri, uno israeliano e uno palestinese, che si incontrano e diventano amici avendo avuto ciascuno un figlio ucciso dai combattenti dell’altro popolo: una storia vera –, e leggo: «Rumi, il poeta, il sufi, ha detto una cosa che non dimenticherò mai: “Al di là del giusto e dello sbagliato c’è un campo: ci incontreremo lì”. Avevamo ragione e torto e ci siamo incontrati in un campo. Ci siamo resi conto che volevamo ucciderci a vicenda per ottenere la stessa cosa, la pace e la sicurezza. Immaginate che ironia, è pazzesco».
Penso alla violenza folle di un’organizzazione militare, sorretta da un orribile regime teocratico, che dice di voler difendere il suo popolo: facendolo massacrare. Penso alla violenza folle di uno stato che si dice democratico, e che pratica una segregazione così crudele da spingere i suoi vicini a scegliere tra una morte rapida e una lenta.
Penso che «non c’è una soluzione militare al problema di Israele con Gaza, né alla resistenza che naturalmente emerge come risposta all’apartheid violento» (ancora Matar).
E penso al tradimento etico e politico di un Occidente che mette alla finestra la bandiera di Israele e incita alla guerra e alla rappresaglia. E al tradimento del mondo povero, che mette quella della Palestina e inneggia a omicidi e rapimenti. Quando l’unica bandiera che ora dovrebbe avere spazio è quella della pace. Unica vera alternativa a due tentati, contrapposti, genocidi.
«Il mondo è guasto», diceva Tony Judt. Mai come ora lo vediamo.

(testo di Tomaso Montanari)

CAMMINO PER LA PACE PER LE VIE DI PADOVA

Partenza Bastione Alicorno

Il nostro cammino di pace quest’anno inizia da uno dei tanti bastioni della nostra città: il Bastione Alicorno. Questo bastione fu costruito in epoca medievale a scopi difensivi e fu più volte modificato e ricostruito. Fa parte della cinta fortificata realizzata tra il 1515 e il 1523. Il suo nome deriva dal latino alius cornio che significa altro fiumicello.

Durante la seconda guerra mondiale sotto le strade e le piazze cittadine sono state ricavate numerose strutture per ospitare la popolazione; alcuni rifugi sono stati creati adattando porte e bastioni delle mura cinquecentesche. Anche il bastione Alicorno fu meta di rifugio per civili che cercavano scampo dai bombardamenti.

La storia ci consegna in particolare la strage di duecento persone rimaste intrappolate nel Bastione “Raggio di Sole” durante un bombardamento aereo della città l’8 febbraio del 1943 e l’eccidio consumato nel Bastione della Gatta l’11 novembre del 1916 a causa di un bombardamento aereo e che provocò una tale ondata di indignazione a livello mondiale che per alcuni mesi i bombardamenti austriaci contro obiettivi non strettamente militari furono sospesi.

Questa fortezza oltre a ricordarci le vittime e le distruzioni causate dalle ripetute guerre di una storia senza memoria, ci sprona a rifiutare le logiche di un ordine politico e sociale fondato sulla difesa dall’altro inteso come nemico. Ogni costruzione di muri è una regressione di civiltà. La guerra, come diceva Gino Strada, non è mai la soluzione ma sempre il problema.

È nostro dovere adoperarci instancabilmente per allargare gli orizzonti culturali, costruire fiducia reciproca e accoglienza, per garantire una pace che non è solo assenza di conflitto. Dobbiamo educare le coscienze alla libertà, affinché non restino suddite della logica della forza e della prevaricazione, che legittima la competizione fino allo scontro bellico. Ci impegniamo a promuovere la cultura della pace, la prassi del dialogo e del disarmo.

Dalla lettera di don Milani in risposta ai cappellani militari in congedo della Toscana, che avevano definito l’obiezione di coscienza “un insulto alla patria e ai suoi caduti, estranea al comandamento cristiano dell’amore, espressione di viltà” 

 “Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, l’esecuzione sommaria dei partigiani, l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni, una guerra di evidente aggressione, la repressione di manifestazioni popolari?

Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. E allora (esperienza della storia alla mano) urgeva più che educaste i nostri soldati all’obiezione che all’obbedienza. L’obiezione in questi cento anni di storia l’han conosciuta troppo poco. L’obbedienza, per disgrazia loro e del mondo, l’han conosciuta anche troppo 

[don Milani – L’ OBBEDIENZA NON È PIÙ UNA VIRTÙ – 1965]

  

Lungo il tragitto non faremo soste, ma vi invitiamo a posare la vostra attenzione su tre luoghi: l’albero della pace lungo la passeggiata dei Nobel, il mausoleo dei caduti in Russia e il giardino intitolato a Perlasca.

Passeggiata dei Nobel

La “passeggiata dei Nobel” si trova lungo via Pio X ed è segnata da diciassette alberi, che ricordano il passaggio nella nostra città di personalità insignite di un premio Nobel. Questa tradizione ebbe inizio nel 2008 e continua tutt’oggi.

A pochi passi dal bastione Ghirlanda una targa indica il platano piantato il 19 marzo 2013 in presenza di Adolfo Perez Esquivel premio Nobel per la pace. Perez Esquivel negli anni sessanta collaborò con i pacifisti cristiani latinoamericani. Nel 1974, lasciò l’insegnamento per dedicarsi alla lotta contro le ingiustizie sociali, nella prassi della non-violenza. Contribuì alla formazione di “El Ejercito de Paz y Justicia” un’associazione di difesa dei diritti umani per l’assistenza delle famiglie delle vittime del regime. Fu più volte arrestato in Brasile, in Ecuador e in Argentina. Nel 1980 viene insignito del Premio Nobel per la pace per i suoi sforzi contro la dittatura ed in favore dei diritti umani, e nel 1999 riceve il Premio Pacem in Terris assegnato dalla Chiesa cattolica a chi si distingue nella pace e nella giustizia, non solamente nel proprio paese ma nel mondo. 

 

«Quando l’umanità sarà progredita spiritualmente, la guerra verrà catalogata accanto ai riti cruenti, alle superstizioni della stregoneria e dei fenomeni di barbarie»

[I. Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma 1953- (2003), pag. 9]

 

Monumento ai caduti in Russia

Fra il torrione Alicorno e il ponte Saracinesca, sorge il piccolo torrione Ghirlanda a forma semicircolare pensata per l’uso dell’edificio come postazione di tiro.   

Sulla sommità è posizionato un monumento eretto negli anni ‘50 a ricordo dei caduti e dispersi in Russia durante la seconda guerra mondiale. A seguito dell’operazione Barbarossa, nome in codice dell’invasione dell’Unione Sovietica da parte della Germania nazista e di alcune altre potenze dell’Asse, iniziata il 22 giugno 1941, anche l’ITALIA venne coinvolta con un corpo di spedizione di truppe alpine di 220.000 uomini.

L’armata italiana male armata e inadeguatamente equipaggiata venne quasi completamente annientata. La metà dei soldati italiani venne massacrata o cadde prigioniera e nella tragica ritirata moltissimi morirono di stenti.

«La guerra non è voluta dal popolo; è voluta da minoranze alle quali la violenza fisica serve per assicurarsi vantaggi economici o, anche, per soddisfare passioni deteriori»

[I. Giordani, L’inutilità della guerra, Città Nuova, Roma 1953- (2003), pag. 9]

Giorgio Perlasca

Proseguendo ancora si trova l’entrata di un giardino pubblico intitolato a Giorgio Perlasca, cittadino padovano benemerito, elencato tra i “giusti” di Gerusalemme per aver salvato la vita di centinaia di ebrei durante la persecuzione nazista in Ungheria nel 1943-44. Giorgio Perlasca di origini comasche, in gioventù aderì al fascismo e nel 1937 prese parte come volontario alla guerra civile di Spagna, a fianco dei franchisti. Rientrato in Italia, si distanziò dal fascismo, in particolare a causa dell’alleanza con la Germania e delle leggi razziali del 1938. Al punto tale che chiese e ottenne una licenza militare indeterminata e decise di lasciare l’Italia, occupandosi di attività commerciali. Il giorno dell’armistizio tra l’Italia e gli Alleati (8 settembre 1943), Perlasca si trovava a Budapest e si rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana di Mussolini.  

Per questo motivo si trovò a essere ricercato dai tedeschi. Dopo  un’iniziale fuga, fu arrestato e internato. Successivamente riuscì a fuggire  e cercò rifugio presso l’ambasciata spagnola. Ottenne una cittadinanza  fittizia e si impegnò nell’opera di protezione degli ebrei che non potevano  uscire dalle case protette. Dopo la partenza dell’ambasciatore, si spacciò  per il legale sostituto e si trovò a gestire la sopravvivenza di migliaia di  ebrei. Perlasca rilasciò migliaia di finti salvacondotti che conferivano la  cittadinanza spagnola agli ebrei. Grazie alla sua opera oltre cinquemila  ebrei furono direttamente salvati dalla deportazione.  

                               

“L’odio è guerra, la guerra è miseria, e la miseria genera odio, che porta  alla guerra: la morte genera morte. Non sarebbe tempo di pensare a  vivere?”           

[I. Giordani, Disumanesimo, Morcelliana, Brescia 1949, Città Nuova, Roma (2007), pag. 9]

ARRIVO Basilica di Santa Giustina                                                                            

Basilica dedicata alla compatrona di Padova, martirizzata sotto la domi- nazione dell’imperatore Diocleziano. L’intero complesso della basilica è di  proprietà statale e su buona parte del monastero insiste ancora l’Esercito  Italiano. Da questo sagrato torniamo a fare appello alla nostra coscienza  con le parole tratte dalla lettera di don Milani ai giudici.  

 “Un delitto come quello di Hiroshima ha richiesto qualche migliaio di cor- responsabili diretti: politici, scienziati, tecnici, operai, aviatori. […]    A dar retta ai teorici dell’obbedienza e a certi tribunali tedeschi, dell’assas- sinio di sei milioni di ebrei risponderà solo Hitler. Ma Hitler era irre- sponsabile perché pazzo. Dunque quel delitto non è mai avvenuto perché  non ha autore. C’è un modo solo per uscire da questo macabro gioco di  parole. Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per  cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto. A questo patto l’umanità potrà dire di aver avuto in questo secolo un progresso morale parallelo e proporzionale al suo progresso tecnico.”

[don Milani, Dalla lettera ai giudici-ottobre 1965]

 

Testimonianze 

Marco Operazione Colomba

Alberto Trevisan e Sandro Gozzo primi obiettori di coscienza