
DOMENICA 22 FEBBRAIO 2026 alle ore 18:00 –
presso la Sala Fronte del Porto in Via Santa Maria Assunta 20 Padova
Film documentario con Fatma Hassona di Sepideh Farsi
2025 – Francia, Iran, Palestina – 112 min
«Se muoio, voglio una morte rumorosa, che sia sentita dal tutto il mondo.»
FATMA HASSONA, Fotogiornalista (1999-2025)
Evento in collaborazione fra Centro Pandora e Irfoss
La regista iraniana Sepideh Farsi, residente a Parigi, e la giovane fotoreporter palestinese a Gaza Fatma Hassona collaborano a distanza per realizzare un documentario di denuncia sull’assedio in Palestina. Attraverso frequenti videochiamate, conservate dalla regista come materiale preparatorio, si intrecciano cronache quotidiane dalla zona di conflitto e confidenze personali: Fatma racconta ciò che vede attorno a sé ma anche i suoi sogni di viaggiare e lavorare nel mondo come fotoreporter, nonostante sia costretta a vivere confinata in casa.
Quando Farsi comunica che il progetto è stato selezionato per essere presentato al Festival di Cannes e che entrambe sono invitate, Fatma accoglie la notizia con grande entusiasmo. Il giorno successivo, il 16 aprile 2025, la casa della famiglia Hassona viene colpita da missili di precisione: Fatma e gran parte dei suoi familiari perdono la vita. Secondo la regista, l’edificio sarebbe stato preso di mira in un contesto in cui numerosi giornalisti e fotografi sono stati uccisi a Gaza.
Le videochiamate diventano così l’unico materiale rimasto per completare il film, che assume un valore ancora più autentico, urgente e necessario, affinché la voce di Fatma Hassona non venga dimenticata.
Tra le rovine delle case distrutte, nelle strade deserte di Gaza per la paura di un cecchino in cui si aggirava per scattare le sue foto, “Ogni secondo, quando cammini per strada, metti l’anima in mano e cammina” diceva Fatma Hassona.

“Spero di vivere la vita che voglio. Devo continuare a documentare, così potrò raccontare ai miei figli quello che ho passato e quello a cui sono sopravvissuta”. È con queste parole piene di speranza e resilienza che si conclude Put your soul on your hand and walk. Parole con cui Fatma passa idealmente il testimone a Sepideh, che deve farsene portavoce universale. “Quando ho incontrato Fatma Hassona è avvenuto un miracolo. Lei è diventata i miei occhi a Gaza, dove resisteva documentando giorno per giorno la guerra. E io sono diventata un collegamento tra lei e il resto del mondo, dalla sua « prigione di Gaza », come la definiva lei. Abbiamo mantenuto questa linea di comunicazione per quasi un anno. I frammenti di pixel e suoni che ci siamo scambiate sono diventati il film che vedete. L’assassinio di Fatma il 16 aprile 2025, in seguito a un attacco israeliano alla sua casa, ne cambia per sempre il significato” – afferma la regista Sepideh Farsi
“L’UOMO CHE PORTAVA I SUOI OCCHI”
Forse annuncio la mia morte adesso.
Prima che la persona di fronte a me cambi il suo fucile da cecchino.
E finisca il suo lavoro.
Per farmi la fine.
Silenzio.
“Sei un pesce?”
Non ho risposto quando il mare mi ha chiesto.
Non sapevo da dove venissero quei corvi che mi sono piombati addosso.
Sarebbe stato logico.
Se avessi detto: Sì?
Lascia che questi corvi si avventino.
Alla fine.
Su un pesce!
Ha attraversato.
E io non ho attraversato.
La morte mi ha attraversato.
E il proiettile, affilato, dell’élite.
Sono diventato un angelo
Per una città.
Enorme
Più grande dei miei sogni.
Più grande di questa città.
Fatma (Gaza)
“Queste sono le parole di Fatma Hassona, in una lunga poesia intitolata “L’uomo che portava i suoi occhi”. Una poesia che profuma di zolfo, che profuma già di morte, ma che è anche piena di vita, come lo era Fatma, fino a questa mattina, prima che una bomba israeliana la falciasse, insieme a tutta la sua famiglia, riducendo in polvere la casa di famiglia. Aveva appena compiuto 25 anni. L’avevo conosciuta tramite un amico palestinese al Cairo, mentre cercavo disperatamente un modo per raggiungere Gaza, imbattendomi in strade bloccate, alla ricerca di una risposta a una domanda semplice e complessa allo stesso tempo. Come si sopravvive a Gaza, sotto assedio da tanti anni? Qual è la vita quotidiana dei palestinesi in guerra? Cosa vuole cancellare Israele in quei pochi chilometri quadrati, a colpi di bombe e mortai? Io, che avevo appena finito un film, La Sirène, su un’altra guerra, quella tra Iraq e Iran.
Così Fatma è diventata i miei occhi a Gaza, e io una finestra aperta sul mondo. Ho filmato, catturando i momenti che ci offrivano le nostre videochiamate, ciò che Fatma mi offriva, piena di ardore, di energia. Ho filmato le sue risate e le sue lacrime, la sua speranza e la sua depressione. Ho seguito il mio istinto. Senza sapere in anticipo dove ci avrebbero portato quelle immagini. È la bellezza del cinema. La bellezza della vita.
Ieri, quando ho saputo la notizia, all’inizio mi sono rifiutata di crederci, pensando che fosse un errore, come alcuni mesi fa, quando una famiglia omonima era morta in un attacco israeliano. Incredula, l’ho chiamata, poi le ho mandato un messaggio, poi un altro, e poi un altro ancora.
Tutte queste vite luminose sono state spazzate via da un dito che ha premuto un pulsante e ha sganciato una bomba, per cancellare un’altra casa. Non ci sono più dubbi: quello che sta accadendo oggi a Gaza non è più, e da tempo, una risposta ai crimini commessi da Hamas il 7 ottobre, è un genocidio”. Sepideh Farsi

BIOGRAFIA DI SEPIDEH FARSI
Sepideh Farsi vive la rivoluzione iraniana a soli 13 anni. Arrestata a 16, lascia il suo paese a 18 per poter continuare a vivere. Si stabilisce a Parigi, dove studia matematica, si dedica alla fotografia e inizia una prolifica carriera cinematografica.
Autrice di una quindicina di opere tra documentari, fiction e animazione, è nota per l’uso di mezzi non convenzionali, come nel caso di Teheran senza autorizzazione (2009), girato con un cellulare. Il suo film Red Rose (2014) esplora le rivolte del Movimento Verde, mentre il recente film d’animazione La Sirène (2022), sulla guerra Iran-Iraq, ha aperto la Berlinale ed è stato premiato in numerosi festival.
Attualmente sta lavorando a un western iraniano e a un grafic-novel autobiografico, Mémoires d’une fille pas rangée (“Memorie di una ragazza disordinata”). Attivista instancabile per la democrazia in Iran, continua a unire impegno politico e creazione artistica.
