
DOMENICA 22 MARZO 2026 alle ore 18:00 –
presso la Sala Fronte del Porto in Via Santa Maria Assunta 20 Padova
Film di Icíar Bollaín
2024 – Spagna – 112 min
La storia vera della prima donna spagnola ad aver denunciato un uomo politico per molestie sessuali sul lavoro
Evento del Centro Pandora
Al termine del film interverranno Carlotta Bazzocchi e Claudia Pividori, del Centro Veneto Progetti Donna, con un approfondimento sullo stato attuale dello stalking e del mobbing in Italia
Nel 2000, in una piccola città della provincia spagnola, una giovane consigliera comunale decide di rompere il silenzio e sfidare il potere. Nevenka Fernández, all’inizio della sua carriera politica, trova il coraggio di denunciare per molestie sessuali il suo superiore, il sindaco della città. Un gesto che, in un’epoca in cui quasi nessuna donna osava esporsi, segna una frattura profonda nel muro dell’omertà che proteggeva le figure di potere.
La sua denuncia segnò una svolta. Per la prima volta in Spagna, una donna accusava apertamente un politico in carica di molestie sessuali sul luogo di lavoro. Ciò la costringe a un’esposizione totale: il processo giudiziario si accompagna a un violento processo mediatico, all’isolamento sociale, al sospetto e alla colpevolizzazione della vittima. In un contesto ancora profondamente patriarcale, la sua parola viene messa in discussione, mentre il sistema tende a difendere chi detiene l’autorità.
La sua scelta di parlare e di aprire un dibattito pubblico sulla violenza, sull’abuso di potere e sulla responsabilità delle istituzioni nelle aule di tribunale anticipò di quasi vent’anni le istanze che sarebbero poi emerse a livello globale con il movimento #MeToo.
La sua denuncia non fu solo un atto di autodifesa e di rivendicazione della propria dignità, ma un gesto profondamente politico, capace di incrinare un sistema di impunità e di contribuire a una nuova consapevolezza collettiva sul tema delle molestie e degli abusi nei luoghi di lavoro.

«Parlare ti salva la vita, per me è stato così. Perché se qualcuno ti tratta male, abusa di te, tu lo sai. E il silenzio non beneficia mai la vittima». Afferma Nevenka Fernández: «Ma non si è vittime per sempre».
“HO CAPITO CHE O DENUNCIAVO O MORIVO”
Consigliera comunale in una cittadina della Castilla y León, nel 2001 a 25 anni denunciò e fece condannare l’uomo che, dopo la fine di una relazione, le aveva distrutto la vita. Oggi racconta la sua storia, a distanza di anni, con lucidità e determinazione. Ma rompere il silenzio ha avuto un prezzo altissimo. Dopo la fine di una breve relazione con il sindaco, Nevenka si ritrovò intrappolata in una spirale di molestie, umiliazioni e persecuzioni psicologiche. Telefonate continue, messaggi, offese pubbliche, minacce: una violenza sottile e costante che la portò a perdere il controllo su se stessa. «Mi ha dominato così tanto psicologicamente da non rendermene conto. Ero distrutta».
All’epoca, la parola “molestia” era quasi assente dal dibattito pubblico. «Io non l’avevo mai sentita prima. Ero piena di vergogna, di paura, di colpa». L’isolamento fu totale: Nevenka lasciò il Paese, perse peso, fu delegittimata e infangata, mentre intorno a lei si costruiva una narrazione che metteva in dubbio non l’aggressore, ma la vittima. «Mi dicevano che ero esagerata, che qualcosa dovevo aver fatto anch’io».
La decisione di denunciare non fu un atto eroico, ma una necessità di sopravvivenza. «O denuncio o muoio, mi dicevo. Mi avevano tolto tutto. Chi ero, mi avevano obbligato a stare in un posto dove non volevo, avevano chiesto alla mia famiglia di mettermi in un ospedale psichiatrico. Avevo perso 20 chili. Mi hanno infangato in tanti modi, dicendo che ero in un setta o a disintossicarmi. Mi sentivo un nulla, tra la vita e la morte. Non potevo vivere così. E così ho denunciato». Il processo si concluse con la condanna del sindaco, ma la violenza sociale non cessò. Tornata in Spagna nel 2004, dopo due anni fuori, Nevenka si scontrò con un Paese la cui cultura non era pronta ad ascoltare che una donna aveva deciso di avere una relazione e poi di finirla. Nessun lavoro, ostilità diffusa, minacce anche alla sua famiglia: «I miei persero i loro affari, subirono minacce di vario tipo, ero come un’appestata quando avevo solo difeso la mia dignità. Passarono tanti anni così prima che cambiasse».
Oggi Nevenka guarda al presente con maggiore fiducia, pur senza illusioni. «Il mondo è avanzato. Oggi i diritti delle persone, e delle donne, sono difesi da più persone. Anche da uomini, non possiamo lasciarli fuori perché devono dare il loro contributo e ci sono tanti uomini così. Anche se ancor c’è ancora tanta gente che nega la violenza di genere, spesso la stessa che attacca i migranti e nega i cambiamenti climatici. Ma non si può far finta che le molestie non succedano: il mondo è ciascuno di noi e le azioni individuali possono cambiare le cose».
Alla domanda se si sia mai pentita di aver denunciato, la risposta è netta: «No, no, no. Non sarei quello che sono oggi senza quello che mi è successo. Non si è vittime sempre. Il dolore è un grande professore: si può imparare anche da quello che ci ha fatto male. È possibile essere felici».
“LA SOCIETA’ NON HA FATTO NULLA, HA GUARDATO DALL’ALTRA PARTE E NON HA CAPITO QUANDO LEI HA DENUNCIATO”
Con Icíar Bollaín, Soy Nevenka diventa un’opera viscerale e necessaria, capace di illuminare le zone d’ombra della società e di restituire dignità a una donna che ha pagato un prezzo altissimo per aver detto la verità.
La regista chiarisce subito un elemento fondamentale: all’epoca dei fatti, le molestie sul lavoro non erano riconosciute dal codice penale spagnolo. Nevenka non poteva denunciare ciò che stava subendo come molestia: l’unica strada possibile era un processo per maltrattamenti, con tutti i limiti e le ambiguità che questo comportava. Un vuoto normativo che contribuì a isolarla ulteriormente e a rafforzare il potere del suo aggressore.
Per Bollaín, il cuore del film è il racconto delle molestie “dall’interno”, dal punto di vista di chi le subisce. «Perché non se ne va? E perché torna a casa? Perché si rimane paralizzati, sminuiti e il tuo giudizio è offuscato quando ti succede una cosa del genere». La violenza non è solo fisica, ma soprattutto psicologica: «E la confusione. La cosa più difficile è stata riflettere la confusione che il molestatore Ismael Álvarez genera in Nevenka: ora scherzo e ora no, prima siamo colleghi e poi no. Un manipolatore da manuale, ma tutto funziona. Come lei stessa dice allo psicanalista: non so se sto impazzendo, non mi riconosco. Sono cose di cui parliamo e che cerchiamo di trasmettere allo spettatore in modo che possa sentirle sulla propia pelle».
Il film permettere allo spettatore di entrare in questa spirale, di percepirne il peso e la paralisi, ma anche di accompagnare la protagonista nel momento della rottura e della fuga. «Ci siamo proposti di far provare qualcosa allo spettatore, di metterlo con lei in quel tunnel, in quella ragnatela, ma anche di immedesimarsi nella sua fuga, di sentire la sua liberazione. La fiction ti permette di farlo».
Bollaín sottolinea inoltre come Soy Nevenka sia anche un film sul silenzio collettivo: su una società che, allora, non seppe o non volle vedere, che giudicò la vittima invece di interrogare il potere. «Le persone più vicine non vogliono vedere: non gli conviene, non vogliono mettersi nei guai. È come quando si è testimoni di molestie sul posto di lavoro: scoprire cosa sta succedendo rende la vita più difficile perché bisogna prendere posizione».
«Dal Comune non ci hanno risposto: hanno un governo vicino a Ismael, con un assessore che ha sostituito Nevenka». Girare nei luoghi reali non è stato possibile: le istituzioni locali non hanno collaborato, segno di quanto quella ferita sia ancora aperta. Ma proprio per questo il film diventa uno strumento di memoria e di responsabilità, capace di restituire dignità a una storia che per troppo tempo è stata distorta, minimizzata o rimossa.

BIOGRAFIA DI ICÍAR BOLLAÍN
Icíar Bollaín è una delle voci più autorevoli e sensibili del cinema europeo contemporaneo. Attrice, sceneggiatrice e regista, il suo lavoro si distingue per uno sguardo attento e profondo sui temi sociali, sulle relazioni di potere e sulle vite delle donne.
Debutta giovanissima come attrice protagonista nel 1983 con El sur di Víctor Erice, in seguito prende parte a opere di forte impegno civile, tra cui Terra e libertà di Ken Loach (1995). Nel 1996 esordisce alla regia con Hola, ¿estás sola?, dando avvio a un percorso autoriale coerente e riconoscibile.
Il successo internazionale arriva alla fine degli anni Novanta con Flores de otro mundo (1999), premiato alla Semaine de la Critique di Cannes, e soprattutto con Te doy mis ojos (2003), intenso racconto sulla violenza domestica che si aggiudica sette Premi Goya. Con También la lluvia (2010) ottiene il Premio Panorama alla Berlinale e tredici candidature ai Goya, confermandosi come una delle registe più incisive del panorama europeo.
Negli anni successivi firma El olivo (2016), candidato spagnolo agli Oscar, e Yuli (2018), biopic sul ballerino cubano Carlos Acosta. Con Maixabel (2021), dedicato al tema della memoria e della riconciliazione, vince tre Premi Goya. In tutta la sua filmografia, Bollaín intreccia con lucidità impegno politico, attenzione all’umano e una profonda riflessione sulla giustizia e sulla responsabilità collettiva.
